A SCUOLA DALLE OLIMPIADI: riflessioni post Tokio

Assistendo a queste Olimpiadi la sensazione che ho provato maggiormente è stata quella di una grande indigestione: tantissime emozioni, tantissime notizie ed informazioni, molti temi (sia sportivi che extra sportivi) ed altrettante discussioni che si mescolano tra di loro, ah, e poi ci sono state anche le competizioni!

Insomma, la sensazione è quella di un’Olimpiade piena, densa sia di contenuti che di significati in grado di arrivare a noi forti come raramente è accaduto, nonostante distanza e distanziamento.

La preparazione mentale (e la sua faticosa, seppur in corso, collocazione nel mondo sportivo), la fragilità emotiva delle persone dietro agli/alle atlet*, questioni di genere (identità e parità), lo ius soli sportivo, l’integrazione, temi politici ed economici e molto altro è emerso da quella meravigliosa metafora che lo sport condensa nelle Olimpiadi.

C’è tantissimo, sempre di più, sul tavolo dello sport e in questa abbondanza è davvero difficile capire ed orientarsi, soprattutto in un momento storico dove il commento, l’analisi, il giudizio devono essere immediati, pungenti ed in grado di generare risonanza e viralità.

Il rischio di fermarsi alla prima impressione senza comprendere rischia di portare alla genesi di un nuovo sport: l’arrampicata su vetri. Lo sport si sta evolvendo (che piaccia o meno) ad una velocità molto più rapida dei nostri commenti, con tanti cambiamenti in poco tempo, molta complessità, e la conseguente difficoltà di tenere il passo.

SPORT NUOVO, CERVELLO VECCHIO

Semplificare la complessità è un nostro bisogno e desiderio, ce lo chiede il nostro cervello che da millenni è talmente abituato a reagire da non avere tempo per soffermarsi a cercare informazioni, prove e controprove, a interrogarsi su punti di vista ed argomenti diversi dai propri.

Sintetizzare la complessità è un processo possibile a patto di attraversare prima di tutto il senso di smarrimento di qualcosa che cambia e pensavamo diverso.

Queste Olimpiadi a detta di molti e con ottimi argomenti, hanno mostrato molte cose diverse, momenti (giustamente) storici da far vedere (giustamente) a bambin* per poter dare loro esempi di un futuro migliore che è possibile costruire.

Lo sport, come sempre e come chiunque di noi, può essere un ottimo ed un pessimo maestro ma sta a noi raccogliere le sue lezioni per poterci spingere verso i nostri limiti.

QUALI LIMITI?

Per quanto solitamente si guardino gli/le atlet* osservando i loro punti di forza e debolezza, nel riflesso dello schermo di questa Olimpiade è stato possibile vedere anche i nostri limiti (di spettatori, allenatori, genitori, ecc…).

Le interviste, i commenti, le opinioni, le emozioni e la narrazione dello Sport che abbiamo messo sul tavolo hanno raccontato anche di alcune difficoltà:

  • difficoltà a valutare la prestazione come momento specifico e scisso dalla persona,

  • difficoltà a vivere vittoria e sconfitta con obiettività,

  • difficoltà a saper parlare di sport e di temi extra sportivi con le persone dietro ad atlet*,

  • difficoltà a distinguere prestazioni individuali e sistema sportivo,

  • difficoltà a separarci dagli/dalle atlet*, scambiando le loro risorse per nostre,

  • difficoltà ad essere spettatori nel senso più letterale del termine, meravigliandoci delle capacità di alcuni esseri umani senza usare le loro prestazioni come acqua da tirare al nostro mulino di opinioni personali.

ATLETI CHE CI FANNO CRESCERE

L’impressione da esterno è che siano stati proprio gli/le atlet*, attraverso i loro comportamenti e le loro dichiarazioni, ad evidenziare questi nostri limiti, come un allenatore che mostra una difficoltà all’atleta che sta allenando. Durante l’Olimpiade è emersa, da parte di atlet*, una maggiore consapevolezza di sé e del proprio impatto sulle altre persone a più livelli  riconoscendosi come portatori di valori che esistono anche quando si tolgono il mantello da Superatleta. Atlet* ci hanno offerto spaccati, talvolta sfumature, del mondo sportivo ed extrasportivo dei quali si parlava poco, aprendo finestre su paesaggi nuovi o diversi da come pensavamo che fossero .

Queste Olimpiadi per molti di noi (nessuno escluso) sono state e possono essere un allenamento sfidante ed importante per far crescere il dibattito (e la qualità del dibattito) sullo Sport e sulla cultura sportiva.

E ADESSO?

Adesso siamo soddisfatt*, orgoglios* ed ancora pieni delle emozioni che i/le nostr* rappresentanti ci hanno fatto vivere a Tokyo. Come detto poco fa, la sensazione è quella di un’ indigestione da abbuffata vista l’abbondanza di temi e riflessioni che questa Olimpiade ha portato.

La paura che ne consegue è che, una volta finito l’abbuffata ci si metta a digiuno fino a Parigi 2024.

Ho paura che la solidarietà tra Barshim e Tamberi; il tema della salute mentale sollevato da Simon Biles (e sostenuto da molt* altr* atlet*); la doppia carriera di ottim* atlet* e student* finiscano dimenticati dal prossimo risultato sensazionale o dal prossimo grande evento sportivo, rimanendo isolati.

Ho paura ad affidare esclusivamente ad una medaglia la speranza che uno sport possa ispirare e permetta di raccogliere giovani iscritt* .

Ho paura di altre cose e, nei limiti delle competenze di ciascuno, sarebbe bello poter fare qualcosa perché questa Olimpiade non diventi un’abbuffata, ma che possa essere una tavola alla quale sedersi tutt* assieme per poter dividere, condividere e costruire un sistema sportivo che si evolve, proprio come gli/le atlet*.

GIOCARE DI SQUADRA

I temi sono tanti e sono complessi e, proprio come nello sport, è difficile arrivare ad una sintesi in solitaria. Per trasformare una narrativa da Post in movimenti concreti e sostenibili c’è bisogno di un importante lavoro di squadra, evitando di farsi abbagliare dal luccichio delle medaglie, che equivale al sentirsi promoss* a scuola perché due compagn* hanno preso 10 e lode in un compito. C’è bisogno di godere per le medaglie, come è giusto che sia, con un occhio al sistema sportivo che promuove, produce, organizza lo sport e che, attraverso il suo lavoro, costruisce gli/le atlet* del futuro.

Come atlet* dopo una vittoria, è importante analizzare (col sorriso) la prestazione per migliorare quella successiva. Migliorare quello che di buono c’è, lavorando in squadra, è certamente possibile.

Forse dobbiamo proprio metterci in gioco riconoscendo ed accogliendo le nostre fragilità, allenando le nostre risorse e competenze (tecniche, personali, emotive, ecc..) di genitori, allenatori, dirigenti, psicologi, mental coach, tifosi, giornalisti, ecc… imparando a lavorare insieme alle nostre diversità!

Le storie degli/delle atlet* a Tokyo ci hanno raccontato questo. Credo che siamo pronti per affrontare questa sfida!

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