CHIEDERE È LECITO, RISPONDERE…È CONSAPEVOLEZZA

INTRODUZIONE: IL GIOCO INTERIORE 

Timothy Gallwey, nel suo libro “The inner game of tennis” (tradotto anche in italiano “Il gioco interiore nel tennis”), racconta di come avendo iniziato ad allenare tennis a giocatori e giocatrici dilettanti si è dovuto ingegnare per capire come le persone potevano apprendere nella maniera migliore possibile. All’interno del suo libro, tra le tante indicazioni utili, Galloway racconta di come il suo modo di insegnare abbia fatto un salto di qualità nel momento in cui iniziò a chiedere alle persone come si sentivano nel compiere certi movimenti che lui chiedeva loro. L’aspetto interessante è che le domande che poneva per soddisfare una sua curiosità finivano con lo stimolare anche le persone ad ascoltarsi e riflettere su loro stesse, fornendo informazioni utili alla comprensione dei loro movimenti e migliorandoli. Se l’atleta non è consapevole e non sa come allenare la sua consapevolezza di sé chi allena (e COME ALLENA) diventa fondamentale e può quindi allenare atleti ed atlete a conoscersi ed autoallenarsi.    

GLI STRUMENTI DI CONSAPEVOLEZZA DI CHI ALLENA

Nello scorso articolo ho presentato una serie di tecniche e strategie che aiutano atleti ed atlete ad allenare la loro consapevolezza. Anche allenatori ed allenatrici hanno strumenti di allenamento della consapevolezza per i/le loro adept*. Vediamone rapidamente alcuni: 

  • Analisi video, così che atleti ed atlete si possano vedere  
  • Analisi di numeri e statistiche da far vedere ad atleti ed atlete per dare loro informazioni 
  • Monitoraggio di parametri fisici 
  • Correzioni e feedback verbali durante allenamenti e competizioni 
  • Proporre esercizi e situazioni di allenamento che mettano l’atleta in condizioni di riflettere su quello che fa e su come lo fa 

Molti degli strumenti che possono usare atleti ed atlete possono essere utilizzati anche da allenatori ed allenatrici. Ma gli strumenti bastano? Oppure c’è bisogno di altro per fare un salto di qualità? 

 

LA DOMANDA: CATALIZZATORE DI CONSAPEVOLEZZA 

L’esperienza di Gallwey ci racconta di come le domande mettano in moto ed accelerino una serie di meccanismi per i quali la persona alla quale vengono poste è “costretta” a: 

  • Portare l’attenzione dentro di sé (al corpo, alle emozioni, ai pensieri) 
  • Portare l’attenzione al contesto nel quale si trova (es. A che punto della competizione ci troviamo? Quanto tempo manca alla fine? Ci sono condizioni particolari da riconoscere?) 
  • Riflettere sulle soluzioni possibili 
  • Riflettere sulle proprie risorse o aree di miglioramento 
  • Riflettere su quale sia la strategia migliore in base al momento 

Grazie alla domanda non siamo più costretti a comandare la persona a bacchetta dicendole continuamente cosa fare e come farlo, ma possiamo quindi fare in modo che si avvii un processo di autoriflessione e di autoconoscenza 

Questo processo di autoriflessione fa si che gli apprendimenti e le scoperte dell’atleta si “fissino” con maggiore forza nella sua mente. Scoprire da solo che, per esempio, devo piegare di più le ginocchia è più soddisfacente e da un maggiore senso di padronanza di sé rispetto al continuare a sentire qualcuno che mi dice di piegare le ginocchia. Facendo un parallelismo scolastico possiamo dire che, a livello di apprendimento, c’è una bella differenza tra il risolvere da solo un problema, capendolo, ed il copiare la soluzione da un amico che mi ha detto che “si fa così”!  

Spesso chi allena tende a dare per scontato che atleti ed atlete si conoscano alla perfezione e abbiano piena consapevolezza di loro stess*. Questa credenza fa si che quando un errore viene commesso (o ripetuto) pensiamo capiti perché l’atleta “non ha testa”, “non ne ha voglia”, “non ne è capace” e molto altro ancora. Come abbiamo detto nello scorso articolo non è detto che sia così e attraverso le domande possiamo aiutare l’atleta a riconoscere, comprendere e risolvere l’errore con la propria testa.  

Ecco quindi che le domande sono doppiamente utili dal momento che permettono di scoprire informazioni importanti sia per chi allena (che impara a conoscere atleti ed atlete ed i loro funzionamenti) sia per chi si sta allenando e sta gareggiando!  

 

USARE LE DOMANDE PER ALLENARE LA CONSAPEVOLEZZA 

Cosa hai sentit* nel fare quel movimento? 

Dove ti trovi in campo? 

Cosa sta succedendo accanto a te? 

Cosa cambieresti di quell’esecuzione? 

Che soluzioni hai a disposizione? 

Su cosa ti devi concentrare? 

Questi sono solo alcuni degli esempi di domande che possono portare un atleta a riflettere su: 

  • Quello che sta facendo 
  • Come lo sta facendo 
  • Come può farlo meglio 
  • In quale contesto di spazio e tempo si sta muovendo 

Chi allena desidera atleti ed atlete pensanti ed autonomi. Nei corsi si viene format* metodologicamente e tecnicamente per creare processi di apprendimento che mirino alla suddetta autonomia. Spesso, tuttavia, poca (o non sufficiente) attenzione viene posta su come si comunica all’interno della metodologia perdendosi un pezzo importante per ottimizzare la crescita di atleti ed atlete. 

Guardare un video insieme ad un atleta (oppure dare l’indicazione corretta) potrebbe quindi non essere sufficiente se non si fanno le giuste domande così che lui/lei possa riflettere ed apprendere con maggiore consapevolezza di sé, delle sue possibilità e delle sue risorse. 

 

I COSTI DELLA CONSAPEVOLEZZA

Fare domande ad un atleta è un processo che passa attraverso: 

  • Silenzi (perché magari l’atleta non sa cosa rispondere non essendosi mai post* il problema oppure non si aspetta le domande) 
  • Risposte che non soddisfano le nostre aspettative, generando dibattiti e discussioni 
  • Errori nel porre le domande (domande retoriche, tempismo della domanda, ecc…) 
  • Errori di atleti ed atlete (saper rispondere non corrisponde a saper eseguire, ma errori simili permettono di chiedersi: cosa impedisce che tu riesca a fare qualcosa che sai? Cosa possiamo fare per aiutarti a farcela?) 

In quanto processo, quindi, l’allenamento della consapevolezza è fatto di alti e bassi. Tuttavia se il nostro obiettivo e crescere atleti ed atlete che siano in grado di ragionare, di porre questioni, di capire, di leggere le situazioni, di essere curios* rispetto a loro stess* è necessario passare attraverso questi alti e, soprattutto, questi bassi! 

La prossima volta che un atleta sbaglierà qualcosa, quindi, proviamo a bloccare il nostro istinto alla critica ed alla correzione e proviamo a capire se l’atleta: 

  • Si è reso conto dell’errore a livello corporeo 
  • Si è reso conto dell’errore a livello tecnico 
  • Si è reso conto a livello cognitivo (di scelta) 
  • Cosa ha pensato mentre stava svolgendo quel movimento/esercizio 
  • Dove stava guardando, dove era diretta la sua attenzione 
  • Conosce le soluzioni possibili per rimediare 
  • È convinto nel voler provare a mettere in atto queste soluzioni 

Attraverso poche domande potremmo non solo aiutarl* a migliorare, ma anche a conoscersi meglio.  

Uno non è un grande allenatore quando fa muovere i giocatori secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna i giocatori a muoversi per conto loro. L’ideale assoluto avviene nel momento in cui l’allenatore non ha più niente da dire perché i giocatori sanno tutto quello che c’è da sapere.” (J. Velasco) 

 

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