ALIBI E GIOCO DI SQUADRA: una partita diversa

La notizia è dello scorso mese, ma la partita è sempre attuale e si gioca quotidianamente in tutti gli ambiti sportivi: i genitori dei ragazzi che fanno sport.

Esattamente un mese fa la Stampa riporta la notizia di un allenatore di settore giovanile che si è dimesso a causa delle numerose ed invadenti intromissioni da parte dei genitori nella vita della squadra di ragazzini.

“Non mi sentivo più libero di fare le mie scelte, è venuta meno la serenità.”

Queste le parole dell’allenatore, che attribuisce al suo gesto il significato di

“un segnale forte perché questa non è una situazione circoscritta ma assai diffusa.”

Il rapporto tra famiglie ed allenatori è un campo minato nel quale chiunque frequenti un ambiente sportivo si trova a dover camminare. In numerose società possiamo infatti trovare cartelli che ricordano alle famiglie il proprio ruolo, invitando a rispettare quello dell’allenatore, che va lasciato lavorare.

Tuttavia l’adrenalina e le forti emozioni che sono legate alla pratica sportiva, possono facilmente prevalere rispetto alla ragione e portare a situazioni limite come quella appena descritta.

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Ma che fare quindi?

 

CACCIA DELLE STREGHE O GIOCO DI SQUADRA?

Andare a caccia del colpevole, in questi casi, è una strategia che impedisce di trovare una soluzione. Avviare processi a genitori insolenti, allenatori incapaci, società assenti serve soltanto ad aumentare la distanza tra compagni di reparto che, per poter ottenere un qualsiasi tipo di risultato, devono assolutamente giocare insieme.

Famiglie, allenatori e società hanno pari responsabilità, ma compiti diversi, nel costruire un ambiente in grado di fornire le migliori possibilità ai/alle giovani atleti/e che scelgono di praticare uno sport.

Se vogliamo usare lo sport proprio come metafora è corretto parlare di ruoli, di posizioni diverse in campo, ognuna con responsabilità differenti.

 

 

CULTURA DEGLI ALIBI

Julio Velasco, famosissimo allenatore di pallavolo, parla di cultura degli alibi quando, in un contesto, vi è la tendenza ad attribuire ad altri la responsabilità dei propri errori.

Ecco perché un genitore che da la colpa agli allenatori, gli allenatori che incolpano i genitori, le società che incolpano i genitori, ecc…ecc… rende l’idea del clima conflittuale che si può generare all’interno di un contesto sportivo nel quale, di conseguenza, vi è un solo perdente: il/la giovane sportivo/a!

Infatti, mentre come giocatori siamo tanto impegnati ad attribuire colpe e responsabilità, la partita prosegue ed invece di giocarla la stiamo soltanto osservando, tirando un calcio al pallone ogni qual volta ci passa casualmente accanto.

Così tutti quanti giochiamo sotto il nostro potenziale, con conseguenze che ricadono direttamente sulle future generazioni.

Possiamo fare qualcosa!

 

 

GIOCO DI SQUADRA E CONDIVISIONE

Il concetto per cui per creare una squadra vincente è sufficiente mettere insieme i migliori interpreti di ogni ruolo in circolazione è ormai superato, a maggior ragione parlando di famiglie visto che, obiettivamente e con una punta d’ironia, non possiamo di certo scegliere i genitori degli atleti.

Una squadra vincente è un team di persone che condivide valori importanti ed obiettivi chiari, sacrificandosi e mettendosi a disposizione della squadra in funzione dell’obiettivo.

In questo senso che società, allenatori e famiglie possono fare di più.

Ecco perché, prima di ogni altra cosa, prima di giocare la nostra partita, è importante confrontarsi, definire le proprie responsabilità (non quelle degli altri) chiedere, parlare e condividere obiettivi ed aspettative reciproche.

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COSA ASPETTARSI DALLA CONDIVISIONE?

Quali effetti può avere una condivisione di:

  • valori?
  • obiettivi?
  • metodologia?
  • aspettative?

Nella peggiore delle ipotesi potremmo avere:

  • DIVERGENZE, che a ben vedere, sarebbero emerse comunque col passare del tempo.

 

  • DISACCORDI, non possiamo andare bene per tutti. Se abbiamo come obiettivo e come valore l’aspetto sociale dello Sport sarà difficile andare d’accordo con chi, invece, ne ricerca maggiormente l’aspetto competitivo e di risultato.

Nella migliore delle ipotesi, invece, otterremo:

  • CHIAREZZA, “patti chiari amicizia lunga” recita un vecchio detto. Condividere obiettivi e valori crea un linguaggio chiaro e condiviso in cui tutti parlano la stessa lingua.

 

  • RELAZIONE, parlare di questi aspetti con le famiglie, con gli allenatori e all’interno delle società permette di creare un rapporto tra le persone e di avvicinarle.

 

  • COERENZA, avere una famiglia, una società sportiva e degli allenatori allineati su valori educativi crea un contesto estremamente coerente in cui più figure possono aiutare ragazzi e ragazze ognuna con i propri mezzi e strumenti.

 

  • CRESCITA RECIPROCA, ipotesi peggiori e migliori, in ogni caso, portano ad una crescita reciproca e globale del contesto sportivo, a confronti e sfide nuove, in grado di mettere alla prova le proprie competenze.

Mai come ora l’espressione “mettersi in gioco” assume un significato fondamentale.

Il mondo di oggi è ricco di complessità, possiamo scegliere se condannarlo o fare qualcosa, consapevoli del fatto che tutti noi abbiamo la nostra parte di responsabilità sulla quale concentrarci.

Come negli sport di squadra, quindi, possiamo vincere solo se siamo capaci di sacrificarci un po’ per i compagni, mettendo a loro disposizione le proprie risorse e capacità!

 

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